Il pianeta cambia rapidamente: ghiacci che crollano, mari che salgono, biodiversità in crisi. Dati scientifici rivelano un’accelerazione climatica senza precedenti. Capire ora il cambiamento significa decidere il nostro futuro
Oltre l’emergenza climatica: le soluzioni scientifiche che potrebbero salvare il pianeta.
Parliamo spesso di deforestazione, innalzamento degli oceani, cambiamenti climatici, inquinamento. Sono parole che sentiamo talmente di frequente da aver quasi smesso di percepirne il peso. Eppure il pianeta sta cambiando a una velocità che non si vedeva da millenni, e non certo in meglio. Non a caso i geologi hanno iniziato a chiamare questa epoca Antropocene: l’era in cui l’essere umano è diventato il principale motore delle trasformazioni della Terra.
Per capire quanto la situazione sia seria basta guardare all’estremo nord, alle isole Svalbard, dove da oltre vent’anni l’Italia gestisce una base di ricerca del CNR. Qui, a Ny-Ålesund, a soli 900 km dal Polo Nord, gli scienziati monitorano la “febbre del pianeta”, come la definiscono loro stessi. Le condizioni estreme rendono questo luogo perfetto per osservare i segnali del cambiamento climatico: l’aumento dei gas serra, il dimezzamento dello spessore dei ghiacci, il riscaldamento dell’aria e dell’acqua. Tutti dati che, come si legge nel documento, “confermano il veloce cambiamento in corso”.
Un altro fronte fondamentale della ricerca è quello delle carote di ghiaccio conservate nel laboratorio Eurocold dell’Università di Milano-Bicocca. Questi cilindri di ghiaccio, estratti soprattutto in Antartide, sono veri e propri archivi naturali: custodiscono tracce dell’atmosfera del passato, delle eruzioni vulcaniche, dell’attività solare. In alcune carote è intrappolata addirittura “aria fossile”, un campione intatto dell’atmosfera di centinaia di migliaia di anni fa. L’ultima perforazione a Concordia ha recuperato ghiaccio vecchio 800.000 anni, una finestra preziosissima sulla storia climatica della Terra.
Nonostante tutto questo, molte persone faticano ancora a percepire il cambiamento climatico come un’emergenza reale. Lo conferma il dottor Filippo Giorgi (1), uno dei massimi esperti mondiali di modellistica climatica e membro dell’IPCC. Le prove, però, sono ovunque: lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello del mare, l’aumento delle temperature atmosferiche. E ormai è quasi certo che la causa principale sia l’attività umana, in particolare l’uso massiccio di combustibili fossili.
Giorgi ricorda un dato che colpisce: tra l’ultima era glaciale e oggi la differenza media di temperatura globale è stata di appena 4-6 gradi. Eppure quella variazione ha trasformato completamente il pianeta. Se continuiamo così, rischiamo di provocare lo stesso salto termico non in 18.000 anni, ma in appena un secolo. Le conseguenze sarebbero enormi: uragani più intensi, zone fertili che diventano aride, eventi estremi sempre più frequenti, mari che si alzano di oltre un metro.
Accanto al clima, c’è poi il problema dell’inquinamento e del degrado del suolo. L’OMS stima che l’inquinamento ambientale causi almeno 10 milioni di morti all’anno. E mezzo secolo di agricoltura intensiva ha lasciato cicatrici profonde: un terzo delle terre coltivabili è già scomparso, e il tasso di erosione supera di decine di volte la capacità naturale di rigenerazione.
Per contrastare questo declino, alcuni ricercatori stanno sviluppando tecnologie innovative. All’Università Parthenope di Napoli, ad esempio, si utilizzano droni e sensori avanzati per individuare contaminazioni e attività illecite, integrando immagini satellitari, rilievi aerei e monitoraggi ravvicinati. È un approccio “gerarchico”, come viene definito nel testo, che combina diversi livelli di osservazione per ottenere un quadro completo.
In agricoltura, invece, si sta affermando la cosiddetta agricoltura 4.0: sensori, big data, robotica e analisi in tempo reale per ottimizzare l’uso di acqua, fertilizzanti e risorse naturali. Un modo per rendere le coltivazioni più efficienti e sostenibili, riducendo sprechi e impatti ambientali.
Nel cuore della pianura lombarda, tra Milano e Pavia, c’è un luogo che sembra uscito da un’altra epoca. Qui, vent’anni fa, è iniziato un esperimento agricolo che oggi rappresenta una delle esperienze più originali d’Europa: un ritorno alla natura che non rinuncia all’innovazione. Su 1700 ettari di terreno, gli eredi di Giulio Natta - sì, proprio l’inventore della plastica - hanno riportato l’ambiente agli equilibri idrici e biologici di mille anni fa.
Il risultato è sorprendente: la biodiversità è più che raddoppiata, le zanzare sono praticamente scomparse, e senza usare pesticidi si produce la stessa quantità di riso di prima, ma con una qualità superiore. Il tutto in totale autonomia energetica. Come spiegano i responsabili del progetto, «il prodotto che produciamo non è un prodotto agricolo… il prodotto che produciamo è l’ambiente».
Questa “neoruralità” non è un ritorno nostalgico al passato, ma un modo nuovo di fare agricoltura. Con il supporto dell’Unione Europea e di tre università - Pavia, Milano e Wageningen - il territorio è stato rinaturalizzato pezzo dopo pezzo, fino a raggiungere livelli di biodiversità paragonabili a quelli dell’anno 1000. La fertilità del suolo, misurata tramite scambio cationico, è aumentata del 153%. Le specie di uccelli migratori sono passate da 80 a oltre 200. In generale, tutte le forme di vita presenti nell’area sono cresciute tra il 100 e il 200%.
Eppure, nonostante questa rinascita ecologica, l’attività agricola non si è fermata. Anzi: la produzione di riso è aumentata economicamente tra il 15 e il 25%, senza fertilizzanti chimici né insetticidi. Un esempio concreto di come sostenibilità e redditività possano convivere.
Coltivare… su un altro pianeta
Accanto a questa agricoltura che guarda al passato, c’è chi studia come coltivare in condizioni estreme, addirittura fuori dalla Terra. All’Enea, infatti, si lavora da anni su sistemi di coltivazione idroponica pensati per le missioni spaziali. In una serra completamente isolata dall’esterno, le piante crescono senza suolo, nutrite da spruzzi d’acqua sulle radici.
Queste ricerche sono state testate anche in Oman, in una simulazione marziana condotta con l’Agenzia Spaziale Italiana. L’obiettivo è capire come far crescere ortaggi in ambienti con poca acqua, radiazioni elevate e gravità ridotta. Per quest’ultimo aspetto si usano i clinostati, macchine che “confondono” l’orientamento delle piante, costringendole a svilupparsi senza il riferimento della gravità.
Le piante reagiscono cambiando forma: foglie più spesse, abitudini di crescita diverse. Informazioni preziose per immaginare un futuro orto spaziale.
Il nodo centrale: la biodiversità
Ma mentre sogniamo serre su Marte, è qui sulla Terra che dobbiamo affrontare una delle emergenze più serie: la perdita di biodiversità. Il dottor Stefano Padulosi (2), ricercatore con una vita dedicata allo studio delle specie agricole in Asia, Africa e Sudamerica, lo dice chiaramente: «la biodiversità è la base della nostra sopravvivenza».
Eppure, su 7.000 specie vegetali coltivate nel mondo, solo 12 finiscono davvero nei nostri piatti. E tre - grano, riso e mais - coprono da sole il 60% delle calorie vegetali consumate dall’umanità. «Che cosa succede a tutte le altre specie?» si chiede Padulosi. La risposta è semplice: vengono marginalizzate dai mercati globali.
Eppure proprio queste specie “minori” rappresentano un patrimonio culturale e genetico enorme. Molte varietà locali sono state selezionate nei secoli dagli agricoltori, veri custodi della biodiversità. Le banche del germoplasma conservano i semi, ma solo chi li coltiva ogni anno permette alle piante di evolversi e adattarsi ai cambiamenti climatici.
Padulosi resta ottimista: «la diversità», dice, «tornerà a essere valorizzata perché mangiare non è solo nutrirsi, è un atto culturale, un piacere. E la varietà, alla lunga, vince sempre».
Una lezione antica per un futuro possibile
Una frase che vale più di mille grafici e statistiche. È una citazione attribuita a un capo indiano, pronunciata 150 anni fa:
«La terra su cui viviamo non l’abbiamo ricevuta in eredità dai nostri padri, ma l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli».
Un monito semplice, ma potentissimo. E forse il filo rosso che unisce tutto: la rinaturalizzazione lombarda, le serre spaziali, la biodiversità da proteggere.
Il futuro dell’agricoltura - e del pianeta - dipende dalla nostra capacità di ricordarlo.
Riferimenti:
(1) Filippo Giorgi
(2) Stefano Padulosi
Descrizione foto: Clima planetario. - Credit: IA.
Ricerca giornalistica a cura della Redazione ECplanet